Com'è cominciata la pandemia? Tra ipotesi scientifiche e fake news

Nella mente collettiva globale, complottismi a parte, l’origine del coronavirus (SARS-CoV-2) sembra essere ormai chiara: tutto sarebbe cominciato nel mercato di Huanan, nella città di Wuhan, in Cina, dove diverse persone sono state infettate con un nuovo virus, del tutto sconosciuto, proveniente da alcuni animali in vendita (ve lo abbiamo raccontato qui).

Ciò che è accaduto in seguito non serve raccontarlo: una pandemia, vissuta in prima persona, giorno dopo giorno, chi con paura, chi con curiosità scientifica, ma tutti quanti con la consapevolezza che ci stia conducendo verso un mondo totalmente diverso da quello di prima.


Cosa è vero e cosa no? Contrariamente a come sembra, l’origine di COVID-19 è tutt'altro che definita. Sono infatti diversi i punti in cui la comunità scientifica nutre dei dubbi e avanza ipotesi alternative a quella principale; un terreno che, tra l’altro, diventa fertile anche per tessere complotti ben articolati e del tutto privi di fondamento.


Capiamo come orientarci tra le teorie e i complotti che in questi giorni hanno affollato il web.

Pipistrelli e pangolini

La disciplina che più di tutte può venirci incontro per capire le origini di questo virus è la bioinformatica, e in particolare un suo strumento, l’analisi metagenomica. Può sembrare un concetto complicato, ma è più semplice di quanto si pensi.


Il punto di partenza è rappresentato dalla sequenza genica del virus (l’RNA virale), resa disponibile dalla comunità scientifica cinese già a fine gennaio 2020; essa non è altro che una lunghissima stringa di lettere (ciascuna lettera è un “nucleotide”) apparentemente senza significato, ma che contiene al suo interno tutte le istruzioni su com'è fatto il virus.

Nota la sequenza, è possibile inserirla all'interno di apposite banche dati che contengono le sequenze di pressoché tutti i virus ad oggi conosciuti e sequenziati.

A questo punto, tramite complicati algoritmi di confronto, si possono estrarre quelle che somigliano di più alla nostra sequenza di interesse.

Se due sequenze sono simili, vuol dire che una si è evoluta a partire dall'altra: quest’analisi permette quindi di risalire all'antenato del virus in questione.


E’ ciò che hanno intrapreso gli autori del pluricitato articolo “The proximal origin of SARS-CoV-2”, pubblicato sulla rivista Nature Medicine.


I risultati di questo lavoro mostrano come la sequenza di SARS-CoV-2 sia molto simile ad una serie di virus circolanti nei pipistrelli, ma anche ad un virus che invece risulta essere diffuso nella popolazione dei pangolini (animali simili a formichieri e armadilli, ma appartenenti ad un diverso ordine tassonomico) importati illegalmente dalla Malesia nella provincia di Guangdong. Il nostro virus condivide con quello dei pangolini delle mutazioni che sono invece assenti nel virus dei pipistrelli, quindi il virus del pangolino è evolutivamente più vicino al nostro.


Queste informazioni dimostrano che l’antenato del SARS-CoV-2 circolava nella popolazione dei pipistrelli, ha poi subito un salto di specie nel pangolino della Malesia ed è infine arrivato all'uomo, con un ulteriore salto. Nel corso di questi passaggi, ha acquisito le mutazioni che lo hanno reso capace di infettare l’uomo, in particolare l’elevata affinità per il recettore ACE2 presente nei nostri polmoni.



Un buon candidato, ma non a sufficienza

Nonostante le evidenze scientifiche, alcuni esperti continuano a trovare difficoltà nell'accettare che le cose siano davvero andate così, per diversi motivi.


Innanzitutto, i pangolini sono animali protetti. La popolazione della Cina ha un grande interesse nella loro carne, nelle loro squame, e nel loro utilizzo nella medicina tradizionale per curare malattie della pelle o l’artrite. Per questo oggi sono una specie a rischio estinzione, e sul loro commercio vige un divieto internazionale dal 2017. Ufficialmente quindi, nessun pangolino risultava in vendita nel mercato di Huanan, anche se nulla vieta che vi si potessero trovare degli esemplari importati e venduti illegalmente.


Inoltre, alcuni studi recenti hanno analizzano una componente proteica (“peptide PRRA”, che potrebbe avere un ruolo nella capacità trasmissiva del virus stesso) che risulta assente nel virus dei pangolini, benché sia presente nel SARS-CoV-2. Il pangolino potrebbe quindi aver avuto un ruolo meno determinante di quello che si pensa.


A tal proposito, gli autori dell’analisi metagenomica sopracitata ipotizzano che, in seguito al salto di specie da pangolino a uomo, possa esserci stata una “fase iniziale di adattamento” in cui il virus ha imparato a legarsi al recettore umano, selezionando quei ceppi che, mutando, acquisivano tale capacità.


Creato in laboratorio?

Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha fatto passi da gigante nell'editing genetico, ovvero nella capacità di modificare quasi a piacimento le sequenze geniche di una cellula, di un batterio o di un virus. Siamo potenzialmente in grado di effettuare modifiche a livello delle singole lettere, aggiungendo, rimuovendo o cambiando il “messaggio” che queste portano con sé.


Il SARS-CoV-2 non potrebbe essere il risultato di un esperimento del genere?

A supporto di questa ipotesi si potrebbe aggiungere il fatto che molti laboratori sparsi per il mondo lavorano con i virus, li studiano e ne creano addirittura di nuovi, per capire quali caratteristiche li rendano più pericolosi di altri.


Perché lo fanno? Sembrerebbe potenzialmente pericoloso, eppure è un modo per prepararsi a situazioni di emergenza proprio come questa, ed essere pronti nel caso in cui compaia un virus con caratteristiche simili a quelle già studiate, sapendo così come contrastarlo.

Per nostra sfortuna, questa volta non siamo stati pronti. Il SARS-CoV-2 presenta caratteristiche nuove, non mostra analogie a sufficienza con altri coronavirus già studiati in laboratorio. Questo esclude anche la possibilità che si tratti di un virus creato artificialmente: l’interazione che questo virus instaura con il recettore ACE2 presente sulle nostre cellule è del tutto nuova, non è mai stata documentata in letteratura scientifica; inoltre, tale interazione presenta delle imperfezioni, proprio come previsto dai processi di selezione naturale.



Il ruolo che abbiamo avuto

E’ evidente che per le persone sia molto più rassicurante credere che, in questa pandemia, ci sia stato un intervento umano, piuttosto che accettare l’idea che possa essere tutto frutto della natura e che quindi non ci sia nulla che possiamo fare per evitare che accada di nuovo. Ecco perché teorie infondate come quella del premio Nobel Luc Montagnier, secondo cui il SARS-CoV-2 sarebbe “sfuggito” da un laboratorio che cercava di produrre un vaccino contro l’HIV, trovano ampio consenso.


In realtà però, non possiamo negare che l’uomo abbia avuto un ruolo fondamentale nello scoppio e nella diffusione della pandemia. E questo ruolo non consiste in un errore di laboratorio, né in una guerra tra nazioni per il controllo mondiale. Le responsabilità dell’uomo vanno ricercate nel suo rapporto con la natura.


Tendiamo a considerare noi stessi come “la specie dominante sul pianeta”, sfruttandone le risorse senza preoccuparci dei danni che questo causa, ma siamo soltanto uno dei tasselli di un puzzle così grande da non poterlo neanche osservare per intero.

All'origine di questo nuovo virus si nasconde la deforestazione di intere aree boschive che ospitano centinaia di specie viventi, si nasconde il prelievo e il commercio, spesso illegale, di animali selvatici vivi e di loro parti, come abbiamo visto accadere con il pangolino. Per non parlare di un sistema sanitario globale che non era minimamente preparato ad un’emergenza del genere, già da tempo campanello d’allarme segnalato da moltissimi scienziati.

L’essere umano si trova oggi a dover fronteggiare, con colpevole ritardo, una pandemia favorita dalle sue stesse azioni, che avrà enormi costi sia in termini di vite umane che a livello socioeconomico.


Viene quindi spontaneo chiedersi: quando tutto questo sarà finito, avremo imparato qualcosa?




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