Cancel Culture

La giustizia del web



La cancel culture è un fenomeno che si è sviluppato negli ultimi anni e che consiste nell’attacco e nella denigrazione online di un personaggio pubblico, con l’obiettivo di danneggiarne la reputazione sia online che offline.


Gli atti di denigrazione pubblica e di manifestazione del dissenso, tipici del processo di “cancellazione” dell’individuo preso di mira, scaturiscono da un comportamento di quest’ultimo che viene considerato controverso, immorale o addirittura illegale. Gli utenti del web in questo caso intendono esercitare una sorta di giustizialismo nei confronti del soggetto target, il cui comportamento non può essere condannato o non viene sufficientemente considerato dal sistema giudiziario e dalla società in generale, rendendo quindi necessario un intervento “dal basso” per ristabilire la giustizia.


Ma parliamo di casi concreti.


Uno dei più frequenti (e recenti) episodi di cancel culture riguarda il movimento femminista MeToo, nato per difendere le donne dalle molestie sessuali e la violenza perpetrate specialmente sul luogo di lavoro. Il movimento è nato dopo le numerose accuse sporte da attrici e personaggi pubblici nei confronti del produttore cinematografico Harvey Weinstein, accusato di numerosi abusi sessuali e stupri perpetrati sfruttando la propria posizione di potere e ruolo di datore di lavoro.

In questo caso la cancel culture ha avuto un esito incredibilmente positivo sulla serietà con cui oggi i casi di molestia sul lavoro vengono considerati e gestiti dalle aziende, soprattutto negli Stati Uniti. Weinstein è infatti stato condannato a 23 anni di carcere, e il suo caso ha aperto la strada a centinaia di altre denunce di molestie ricevute sul posto di lavoro, sia nel mondo di Hollywood che in molti altri settori. Il caso ha anche contribuito alla denuncia e alla riduzione del cosiddetto “victim shaming”, che consiste nell’addossare alla vittima invece che all’aggressore la colpa della molestia avvenuta.


Tuttavia, gli effetti di questo tipo di fenomeno sul web non sono sempre della stessa portata: la “cancellation” è diventata una manifestazione sempre più comune, e per questo in molti casi ha perso il suo potere - diventando quasi un meccanismo mainstream usato per sfogare rabbie e frustrazioni che non potranno, comunque, in alcun modo condurre verso miglioramenti significativi nella vita dei cittadini. Le battaglie dei polemizzanti diventano così frequenti da essere ritenute estremiste ed eccessive, scansando quindi ogni opportunità di dialogo costruttivo. Spesso l’obiettivo reale non è agire per evidenziare o eliminare una problematica sociale, ma semplicemente attaccare un personaggio pubblico - arrivando anche anche sottolineare precedenti errori, o in generale "macchie del passato" comunque non riconducibili al comportamento inizialmente denunciato.


Ecco perché molte delle polemiche che hanno monopolizzato l’attenzione pubblica nell’ultimo periodo sono poi svanite nel nulla senza aver avuto alcuna conseguenza significativa sul personaggio che avevano coinvolto: dal boicottaggio di Amadeus al Festival di Sanremo, agli insulti a Michelle Hunziker per il servizio di Striscia la Notizia su Giovanna Botteri. Lo stesso potrebbe accadere anche per Indro Montanelli, qualora l’attualissima polemica riguardo alla sua figura e al fenomeno del madamato non venga gestita con l’approccio costruttivo che merita.


È per questi motivi che molti considerano la cancel culture (a meno che non abbia risvolti giudiziari di alto livello) come un fenomeno estremamente debole e con una scarsa capacità migliorativa del mondo in cui viviamo. Pensiamo al caso del comico Louis CK, che era stato accusato di abusi sessuali: per circa nove mesi è stato escluso da tutte le case di produzione con cui lavorava e ha dovuto interrompere i suoi spettacoli, ma adesso è tornato sulla scena più forte di prima e ha ritrovato il proprio pubblico pronto a sostenerlo. C’è poi il caso di Woody Allen, accusato di aver molestato la sua figlia adottiva: nessuna casa editrice ha voluto pubblicare la sua autobiografia (eccetto una, che è infatti finita nel centro del mirino per questa scelta) e Amazon ha eliminato dalla distribuzione il suo film “A Rainy Day in New York”. Eppure, nonostante le numerose investigazioni, nessuno è riuscito a dimostrare che le accuse di molestie fossero vere: qui emerge un ulteriore problema e limite della cancel culture, ovvero la frequente impossibilità di dimostrare la veridicità delle accuse rivolte al target.


Online shaming: diverse modalità


La “cancellation” è solo parte del fenomeno più grande dell’online shaming, che racchiude al suo interno molti altri comportamenti che mirano a demolire la reputazione di un personaggio pubblico, dallo shitstorming al cyberbullismo.

Spesso il confine tra questi diversi fenomeni è molto labile. Iniziamo dallo shitposting, un attacco digitale più labile, che consiste nel boicottaggio di una discussione tramite un sistematico bombardamento di battute, foto e meme completamente estranei all’oggetto della conversazione.


Questa strategia si differenzia dallo shitstorming, che invece consiste in una vera e propria tempesta di commenti negativi e critiche scagliate dagli utenti del web nei confronti di un personaggio pubblico o a un’azienda in seguito a un suo comportamento controverso. Questo è successo per esempio nel 2015 quando Dolce, lo stilista del celebre marchio Dolce & Gabbana, dichiarò in un’intervista di non volere “bambini sintetici”, riferendosi a quelli avuti tramite utero in affitto, e finendo così nel mirino di tutta la comunità gay e di molti personaggi noti come Elton John, Victoria Beckham e Sharon Stone.


La varietà più violenta e pericolosa di aggressioni online è invece il cyberbullismo, che consiste in una vera e propria forma di molestia nei confronti dei soggetti che si trovano in una posizione di debolezza. Questo fenomeno, è diffuso tanto tra i giovani quanto tra gli adulti, che spesso utilizzano i social network per augurare la morte o altre sventure a personaggi pubblici o privati, sfogando le proprie rabbie e frustrazioni con uno strumento che nella maggior parte dei casi non comporta ripercussioni giudiziarie.



Come capire quindi il confine tra “cancellazione” “shitstorming” e cyberbullismo?


In molti casi questi fenomeni condividono l’aggressività degli attacchi e la volontà di sfogare la propria rabbia repressa nei confronti di un personaggio pubblico, a prescindere dalla reale gravità del suo comportamento.

Chi può stabilire, quindi, quando la morale e l’etica giustificano la violenza degli attacchi e l’aggressività dei polemizzanti?

Molto lavoro è ancora necessario per proteggere i personaggi, pubblici e non, dall’odio in rete. Per questo è di recente nata Odiare ti costa, un’iniziativa lanciata dall’associazione Tlon assieme allo studio legale Wildside, per perseguire in sede civile gli attacchi violenti dei cyberbulli.


Una cosa è certa: oggi gli utenti del web hanno un potere enorme nelle proprie mani, e ne sono sempre più consapevoli. Vista l’influenza che devono poter esercitare, per i personaggi pubblici e per le aziende gli utenti del web potrebbero essere i migliori alleati o i più spietati nemici.

Ma questo potere va esercitato con cognizione di causa, perché diventi davvero utile per cambiare in meglio il mondo e per aiutare a sensibilizzare la società sulle tante ingiustizie che ancora ci opprimono. E perchè non sia semplicemente veicolo di rabbia e odio sociale.

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