I vaccini: la nuova frontiera della diplomazia?

Quando il governo di Mario Draghi ha deciso (con il benestare della Commissione Ue) di bloccare l’export di 250 mila dosi di vaccino dirette verso l’Australia, l’Italia è diventato il primo paese dell’Unione Europea ad attivare il meccanismo per controllare l’export di vaccini al di fuori del territorio europeo.


Questa decisione è stata presa per comunicare una forte presa di posizione nei confronti delle case produttrici dei vaccini, colpevoli di non pochi ritardi.

Ma, più in generale, è la norma stessa ad essere stata pensata per questo motivo: ogni produttore che vuole esportare al di fuori dell’Ue, deve presentare una richiesta di autorizzazione, che può essere accettata o meno in base a diversi parametri, tra cui il rispetto dei contratti, la fornitura di tutte le informazioni richieste e le destinazioni di esportazione. Ci sono infatti delle eccezioni per paesi a reddito medio-basso.


Bisogna però sottolineare come parte delle responsabilità per questi ritardi siano da attribuire alla stessa Ue, rea di aver firmato accordi basati sul “best effort” (cioè il massimo sforzo) e che non si sono rivelati stringenti come si sperava.



E il resto del mondo?


In seguito a queste azioni da parte dell’Italia e delle istituzioni Ue, sono subito partite diverse accuse di “nazionalismo” sui vaccini, cui il presidente del Consiglio Europeo (l’organo che rappresenta i governi nazionali in Europa) Charles Michel ha provato a rispondere. Michel ha infatti scritto sul suo blog che il Regno Unito e gli Stati Uniti hanno imposto un divieto totale alle esportazioni dei vaccini.


A questa accusa ha quindi risposto Boris Johnson, primo ministro britannico, affermando di non aver bloccato l’export di nemmeno una dose e di opporsi a qualsiasi genere di nazionalismo sui vaccini. Quello che ha detto Johnson sui vaccini è vero, perché il maggior numero di vaccini utilizzati in Regno Unito è dovuto soprattutto ad accordi contrattuali più specifici, che a differenza di quelli firmati dall’Ue si sono dimostrati più efficaci nell’approvvigionamento delle dosi di vaccino.

Va detto però che il governo inglese ha imposto il divieto di esportazione per circa 100 medicinali usati per curare l’infezione da coronavirus.

Negli Usa invece, è stato un ordine esecutivo di Trump ad imporre che le case farmaceutiche potranno esportare vaccini solo dopo che ci saranno dosi sufficienti per tutta la popolazione americana. Biden ha di fatto mantenuto il blocco, potenziando la campagna vaccinale e i dati dicono che a maggio negli Usa l’intera popolazione adulta sarà vaccinata.





Non tutte le nazioni extraeuropee però hanno adottato una strategia di nazionalizzazione dei vaccini. Alcune fra le superpotenze mondiali, come Russia, Cina e India, continuano ad esportare vaccini al di fuori del proprio territorio. Infatti, sempre di più, l’esportazione di vaccini è diventata occasione per espandere la propria area di influenza, anche mediatica, presentando la propria nazione come in grado di salvare le altre.


A rincarare la dose, preoccupano i ritardi del programma Covax, che avrebbe dovuto occuparsi di fornire dosi a basso prezzo per i paesi sottosviluppati. In questi ritardi, si sono inserite le potenze mondiali, creando un investimento diplomatico per il futuro. E molto spesso la lotta diplomatica si traduce in concorrenza sull’export. Gli esempi sono diversi, con alcune nazioni che sono riuscite a sfruttare a proprio favore questa concorrenza.


Un esempio è quello della Serbia, che ha stretto accordi per il vaccino cinese Sinofarm e per quello russo Sputnik, entrambi a prezzi di favore.


Un altro esempio è il caso del Nepal, che aveva annunciato la creazione di una nuova via della seta con la Cina, e per questo ha beneficiato della donazione di 1 milione di dosi di vaccino, ma dall’India.

Sempre il governo indiano ha annunciato la donazione di 2 milioni di dosi al Bangladesh e 1.5 milioni al Myanmar. Cina e India hanno inoltre dato vita a una vera e propria competizione nel territorio dello Sri Lanka, a colpi di donazioni, avendo come fine un riavvicinamento al paese.


Ma come fa l’India a permettersi di donare milioni di dosi? La grande disponibilità di dosi per il governo indiano è data dal Serum Institute, uno dei più grandi produttori farmaceutici del mondo, che produce ogni giorno 2,5 milioni di dosi del vaccino Oxford-AstraZeneca.


Ma l’India non è l’unica nazione ad aver avviato queste iniziative. Un altro caso è quello della Russia, con il suo Sputnik 5, utilizzato in Iran e autorizzato in Argentina, Messico e Bielorussia.

E queste iniziative possono portare anche a disparità tra le nazioni europee. E’ il caso dell’Ungheria, che ha ricevuto delle dosi dalla Russia, anche se il vaccino non è ancora stato autorizzato in Europa.

Anche la Bolivia, non avendo ancora ricevuto dosi da Covax, si è assicurata 20mila dosi del vaccino Sputnik.


Inoltre, una notizia a cui è stato dato poco risalto è quella riguardante i membri delle ambasciate straniere in territorio russo. Infatti, a questi diplomatici, è stato permesso di scegliere se ricevere o meno il vaccino russo. E ai rifiuti di Usa e Uk si affiancano i sì di diversi ambasciatori, tra cui quello italiano. Hanno ricevuto il vaccino anche diplomatici spagnoli, bulgari, slovacchi, greci e svizzeri. Questo nonostante in Europa il vaccino non avesse ricevuto ancora l’approvazione.


Infine, vi è il caso di Israele. Il premier Netanyahu, con un’azione unilaterale e che potrebbe illegale secondo la legge israeliana, ha favorito l’esportazione di diverse migliaia dosi del vaccino di Moderna verso alcuni paesi, come Repubblica Ceca, Honduras, Guatemala e Rwanda. Cinquemila dosi sono inoltre state donate ai palestinesi. L’azione del presidente potrebbe quindi esporre Israele anche ad azioni legali, ma è stata valutata importante proprio a fini diplomatici.


Insomma, nel quadro già criticato dell’accesso ai vaccini, va delineandosi sempre di più il ricorso a iniziative di tipo bilaterale, secondo le diverse normative nazionali. La produzione o il possesso di vaccini sembrano essere diventati i nuovi mezzi per ampliare la propria sfera di influenza. La speranza di un coordinamento internazionale, sembra ormai essere scemata.



FONTI E APPROFONDIMENTI


La diplomazia fatta coi vaccini, Redazione, Il Post, 13 Febbraio 2021


Who’s Right in the U.K. and EU’s Spat Over Vaccine Exports?, Tim Ross, Ian Wishart and Kitty Donaldson, Bloomberg, 10 Marzo 2021


Perché i vaccini sono il trionfo della scienza e il fallimento della politica, Silvio Garattini, Il Sole24Ore, 4 Marzo 2021


Vaccini Covid tra diplomazia e “mercato”: vincitori, vinti (e assenti) nel mondo, Francesco Battistini, Michele Farina, Alessandra Muglia, Marta Serafini, Il Corriere della sera, 14 Febbraio 2021


A worrying tide of vaccine protectionism, The editorial board, Financial Times, 7 Marzo 2021


Mario Draghi makes his mark with vaccine embargo, Davide Ghiglione e Ben Hall, Financial Times, 7 Marzo 2021