Le 4 domande del momento sulla sostenibilità


In occasione della Giornata della Terra abbiamo chiesto a Pilar Pedrinelli (Global Public Engagement Manager e Sustainability Advocate presso la Rainforest Alliance) di aiutarci a comprendere come orientarci nel mare di informazioni sulla sostenibilità da cui veniamo bombardati ogni giorno sui vari media, per diventare consumatori e cittadini più consapevoli. Parleremo di greenwashing, del caso Seaspiracy, di come intraprendere un percorso professionale nel campo della sostenibilità e del Ministero per la Transizione Ecologica. Pronti?


1. Ciao Pilar, in occasione dell’Earth Day tantissime aziende si dichiarano eco-friendly e sostenibili. Ci daresti qualche indizio per distinguere chi si impegna davvero da chi vende aria (verde) fritta?


Ciao! Felicissima di essere qui!


Purtroppo la maggior parte di greenwashing che ho visto durante quest’anno è stata in maggior parte da “sustainability” influencers che vi vogliono vendere un’unica soluzione alle problematiche mondiali. Il primo suggerimento verso questo tipo di fonte che ho è: scappate. Non c’è una singola soluzione che può essere applicata uniformemente ai diversi ambiti della sostenibilità, ambientale e sociale e che sia in grado di considerare i diversi contributi delle comunità dei Paesi del Sud del Mondo e i principali inquinatori, quelli del Nord. E’ questo che rende, purtroppo, la sostenibilità cosi complessa. Sono la prima a dire che questa dev’essere di tutti e per tutti – ma con cognizione di causa. Perché’ se quando ne commentiamo contribuiamo a diffondere “fake news” stiamo veramente migliorando la situazione? Questo non significa non sbagliare, tutti sbagliamo in questo ambito, ma essere consapevoli ed aperti al confronto e anche riconoscere i propri sbagli, specialmente quando “tecnici” del settore ci informano di dati/nuance/elementi di cui non eravamo a conoscenza. Non perseverare. Bisogna sempre essere aperti al dialogo ed all’educazione. Tutti noi.

Il dare un’unica soluzione è un modo molto iniquo di vedere il mondo come se tutti avessero le stesse capacità, le stesse opportunità, lo stesso grado di responsabilità in questa crisi e potessero mobilitarsi nello stesso modo. Non è cosi.

Come individuarli? Anziché’ “passare la palla” or “ pass the mic” ad organizzazioni nell’ambito, ad attivisti, ad “esperti” del settore, hanno passato la giornata a fare unboxing o rivelare collaborazioni.

Detto questo, per quanto riguarda le aziende e i brand – che ahimè sono sempre presenti, specialmente per tutto #EarthMonth un paio di domande utili da porci per capire quando stanno facendo greenwashing sono:

1. Sono giusto comparsi per Earth Day per lanciarsi nel momento o sono attivi da un po’? E ancora peggio, hanno magari creato qualche “capsule collection” giusto per l’occasione e quindi contribuendo al problema dell’overconsumption?

2. Stanno dedicando più tempo e denaro a pubblicizzare la propria azienda come "verde" che a fare effettivamente il lavoro per rendere i propri prodotti e pratiche sostenibili? E la loro sostenibilità è solo ambientale o anche sociale?

3. Quando vi stanno vendendo qualcosa che ha dei “compromessi”. Mi spiego meglio. Suggerire che un prodotto è "verde" in base a un singolo attributo, senza prestare attenzione agli impatti della produzione, ad esempio. Chiediti: "Va bene, questo prodotto viene marchiato come “green”, ma cosa significa? C’è’ uno standard dietro che lo può verificare? Qual è l’impatto, non solo sull’ambiente ma anche sulle persone lungo la catena di valore?”. A questo è appunto connesso il punto di Nessuna prova di quello che stanno dicendo, né informazioni di supporto facilmente accessibili né una certificazione affidabile di terze parti.

4. Utilizzano termini vaghi e che non significano nulla o che variano in base al contesto. Il mio esempio preferito: "Tutto naturale". Pure l'arsenico è naturale. “Eco-friendly” è un altro dei miei preferiti, non ho ancora trovato qualcuno che mi riesca a spiegare cosa significhi. "Cotone sostenibile" un altro preferito dei brand della moda (specialmente quella fast fashion).

5. Si stando assumendo la responsabilità come marchio di non scaricare gli standard ambientali nei paesi in via di sviluppo o ci "stanno provando"?

Il punto fondamentale di tutto è la trasparenza. Ma ricordiamoci che trasparenza non è uguale a sostenibilità, come molti, purtroppo, ci vogliono far credere.


2. Di recente su Netflix è uscito un documentario, Seaspiracy, che ha fatto molto discutere. Cosa ne pensi?

Si può parlare infatti di SeaGate! Lo scandalo secondo me è averlo chiamato Seaspiracy quando ConspiraSea era dietro l’angolo. Ma, battute a parte. Ci sono parti che mi sono piaciute e parti che non mi sono piaciute, e le parti che non mi sono piaciute hanno reso le parti belle irrilevanti (almeno per me), principalmente per le inesattezze scientifiche e per i sottotoni di white saviourism.


Partiamo da cosa mi è piaciuto.

• Il messaggio che la sola certificazione sostenibile potrebbe non essere abbastanza e a volte soggetta al greenwashing (vedi sopra)

• Ha aiutato le persone a pensare al food system in generale ed ai suoi problemi. Che è veramente un tema fondamentale di cui non parliamo spesso, e su questo è stato fatto veramente un ottimo lavoro.

• Il film è stato un’ottima intro alle problematiche riguardanti la pesca industriale, l’overfishing e lo sfruttamento di lavoro nel mercato del pesce

• Se fosse stato diretto semplicemente al Global North e visto come una CTA che potesse sensibilizzare questo tipo di audience su un tipo di pesca (quella commerciale/industriale – non di sussistenza), mi sarebbe piaciuto nella sua interezza.


Cosa non mi è piaciuto (per nulla).

• L’estrema quantità di disinformazione nel film che è sostanzialmente stata selezionata rispetto ad una più vasta gamma di informazioni e ricerca per portare avanti un certo tipo di narrativa. Giusto per toccarne alcuni:

- Gli oceani saranno vuoti entro il 2048. Questo numero è stato confutato e ritirato nel 2009 dagli autori originali. Questa previsione non è accettata dal mondo scientifico e dovrebbe essere smessa di essere usata; - Il 46% dell’inquinamento dovuto dalla plastica è relativo alla pesca. Questa statistica è relative ad una zona che si chiama the Great Pacific Garbage Patch”, non tutto l’oceano. - Il 50% del pesce è allevato in gabbie o in allevamenti ittici: solo riferita agli US non a tutto il mondo (fonte FAO)

• Il documentario ha una certa quantità di “white saviourism” che sostanzialmente porta a vedere l’autore come un “salvatore” del sud del mondo, comunità che molto spesso, in realtà, praticano pesca sostenibile e locale, prevalentemente di sussistenza. Le narrative delle BIPOC community (specialmente le comunità indigene) devono essere ricentrate e sottolineate per capire le complessità attorno all’industria ittica anche perché di nuovo tra chi lo fa per sussistenza oltre il 90% lo fa in modo artigianale.

• Una generalizzazione e drammatizzazione piuttosto che focalizzarsi sui fatti e spaventare anziché parlare di soluzioni – perché sì, questo documentario non sta parlando di soluzioni, ne offre solo una (vi ricordate cosa dicevo di chi offre un’unica soluzione universale?)

• Le discutibili tecniche di intervista – che hanno portato anche persone che conosco e che stanno veramente cambiando il mondo a ricevere minacce di morte perché fanno parte di “un complotto”.

Sarebbe veramente stato bellissimo vedere promuovere diversi tipi di soluzione alla fine, come ad esempio acquacultura rigenerativa, chiedere riforme e policies adeguate, seguire la scienza, fare advocacy, e anche, sì, come UNA DELLE OPZIONI, non la sola, ridurre il nostro consumo di pesce se possiamo permettercelo.


3. Domanda da HR: cosa consiglieresti ad una persona che ha finito le superiori/ha iniziato l’università da poco e vorrebbe lavorare nel mondo della sostenibilità ambientale e sociale? Tu che percorso hai fatto?


Ho un paio di consigli!

• Quando ero in università, la sostenibilità non era davvero un percorso, non era integrata nei curricula e in una certa misura non lo è ancora. È ancora difficile capire veramente quali tipi di carriera siano disponibili in questo campo. In business school il successo era: devi diventare un consulente, lavorare nella finanza, o un manager in una grande azienda etc. (quando la cambiamo questa visione?). E quindi ho sentito che forse, poiché avevo già un interesse per le cause sociali e sostenibili, avrei potuto concentrarmi sull'agire come un imprenditore all'interno di un’azienda per creare un cambiamento positivo. E che potevo entrare a far parte di una realtà con un programma di sostenibilità buono e con una dimensione tale da creare davvero un buon impatto. Questa si è dimostrata un’ottima scelta per me poiché non avevo forse le idee chiarissime su quale fosse esattamente la mia “nicchia” nella sostenibilità ai tempi. Questa è una cosa che consiglio a chiunque per esplorare le diverse possibilità all’interno di quest’ambito, anche perché le NGOs al momento stanno reclutando tantissimo per diversità di formazione e di lavoro, idealmente chi abbia avuto esperienza anche nel privato.

• Abbandonate il mito della perfezione, di questo bisogno di confrontarci con gli altri: siamo in viaggio solo con noi stessi. E ciò che funziona per me non funzionerà per qualcun altro. Penso che sia importante rendersene conto in qualsiasi ambito, ma specialmente in questo, perché altrimenti la si vivrà come una costante FOMO (fear of missing out) – si sarà sempre in una costante evoluzione/educazione in questo ambito, e di default quello che pensavo di sapere oggi sarà già cambiato domani. Prima si accetta il principio di “so di non sapere” meglio si vive.

• Legato al primo, e specialmente per le donne in ascolto. Diventate amiche con la sindrome dell’impostore, del quando la carriera sta cominciando ad avviarsi, e che puntuale “kicks in” a dirci: ma perché io, perché sono stata scelta di parlare di queste problematiche, non merito di essere qui. Sì, lo meriti.

• Penso che il mondo abbia già molti sognatori, abbiamo bisogno di persone che agiscono. Di doers with a vision, di concentrare i nostri talenti e la nostra attenzione sulla vera comprensione del problema e lavorare insieme per trovare le soluzioni adeguate. Quindi cercate di trovare opportunità che vi stimolino e vi facciano “fare la gavetta”.

Il mio percorso fino a qui è stato pieno di privilegi, l'unica “minoranza” di cui faccio parte è quella dell’essere donna, quindi sono cresciuta in un mondo in cui quello che avevo da dire era per lo più ascoltato e prestato d’attenzione. Sono cresciuta circondata dall'amore per la comunità e ho imparato fin da piccola il potere della collettività e delle organizzazioni di base, beneficiando al contempo della diversità della mia educazione e dei miei spostamenti avanti e indietro della mia età adulta. E quindi sapevo che qualunque cosa stavo per fare doveva essere in qualche modo collegata al trattare con le persone e aiutare le comunità. I miei studi si sono tradotti in una laurea in economia con un minore in comunicazione e poi ho preso una doppia laurea specialistica in International Management / Relations presso l'Università Bocconi e la Queens University in Canada. Ho quindi iniziato a lavorare in uno spazio completamente diverso da quello in cui mi trovo adesso, in Unilever, perché credevo profondamente di poter cambiare il sistema dall'interno e mi piace pensare di aver fatto la mia parte nel farlo. È lì che dopo un paio d'anni sono tornata a studiare, al Cambridge Institute of Sustainable Leadership, che era assolutamente necessario per il lavoro che stavo svolgendo in quel momento, poiché stavo conducendo una partnership di Sustainable Development con Save The Children, Symrise e GIZ (Agenzia tedesca per lo sviluppo) in Madagascar chiamata “Vanilla for Change”. Il Madagascar ha poi cambiato la mia vita ed è così che sono arrivata al mio lavoro attuale a the Rainforest Alliance, una ONG internazionale che lavora all'intersezione tra business, agricoltura e foreste con l'obiettivo di sostenere gli agricoltori e le comunità forestali in aree come il cambiamento climatico, i diritti umani, livelihoods e Foreste (conservation/deforestazione) e ai lavori aggiuntivi che sto facendo per le Nazioni Unite, l'Accelerator and Sustainability Hub a Cambridge e il mio Postgraduate in Conservation alla Yale School of Environment.


4. Se fossi Ministra per la Transizione Ecologica (noi facciamo il tifo per te) quale sarebbe la tua prima mossa politica per l’Italia?

Ciao Mario Draghi, mi leggi? Huge fan e disponibile per essere MinistrA!

Scherzi a parte, credo che il Ministro Cingolani abbia presentato un bellissimo piano, purché chiaramente solo un’overview generale e sono molto curiosa di vedere i dettagli che dovrebbero arrivare ad inizio estate. Ha centrato, secondo me, i tre focus principali che necessitano di riforme serie e veloci, che è anche come ha suddiviso il Ministero: la tutela della natura, del territorio e del mare, la transizione ecologica e l’interdipendenza della sfida climatica ed energetica. Quello su cui vorrei che ci focalizzassimo di più però è l’intersezione tra diritti umani e crisi climatica, credo che in questo piano sia purtroppo ancora carente, come carenti sono le protezioni da un punto di vista legislativo e anche da un punto di vista sociale. Non credo che sia stata raggiunta una conoscenza e comprensione tale, specialmente in Italia, di quanto siano legati il benessere sociale e il benessere ambientale, e come uno dipendi dall’altro. In quest’ottica, credo che il Servizio Civile Ambientale possa essere d’aiuto se implementato in modo corretto, perché potrebbe avere una funzione sociale importante nel riconnetterci con la Natura, da dove veniamo ed apprezzare la biodiversità e quello che sta sparendo, a causa nostra. Dobbiamo renderlo un fatto personale e batterci per esso.

Per quanto riguarda il futuro, e questo in generale, piuttosto che una previsione forse è una propria call to action. Ci approcciamo a COP26, di cui faremo il co-host insieme a UK, e lo facciamo impreparati, come Europa e come mondo. Se guardiamo al report di sintesi del UNFCCC, che ha valutato gli NDC (Nationally Determined Contributions, NDCs) che i diversi paesi hanno presentato quest'anno, prima appunto di COP, vediamo che mentre la scienza è chiara, “per limitare l'aumento della temperatura globale a 1,5 °C, dobbiamo ridurre le emissioni globali del 45% entro il 2030 dai livelli del 2010”, le proposte attuali di riduzione delle emissioni dei diversi Paesi evidenziano una riduzione solo dell'1%. Ciò significa un divario del 44%. Enorme.

Ci sono speranze dall’America con i piani ambiziosi del Presidente Biden, ma seguendo il suo recente Climate Summit (proprio in occasione di Earth Day) dove anche Mario Draghi e Ursula Von der Leyen hanno parlato, non ho sentito concrete soluzioni a questo divario. Magari anche a causa del tempo stringato per ogni speaker ma, a parte qualche luce come il sottolineare l’importanza delle "soluzioni basate sulla natura" (nature-based solutions NBS) – come la natura (foreste, agricoltura ed ecosistemi) può diventare una soluzione climatica per l'assorbimento del carbonio e per la protezione dagli impatti climatici - e il sottolineare l’accordo provvisorio sul clima che intende rendere l’Europa climate-neutral entro il 2050, ho visto poca concretezza.

Quello di cui dovremmo veramente parlare è come passare da targets come Net Zero che non affrontano il consumo eccessivo, nè emissioni di consumo supplementari poiché si focalizzano solo ed esclusivamente su emissioni territoriali e quindi dimenticandosi delle emissioni legate alla produzione (quasi esclusivamente rilegate al Sud del Mondo) a policies e piani che si focalizzino su Real Zero targets, includendo queste ulteriori emissioni. Questo perché chiedere a chi sta utilizzando molto meno di noi le risorse di questo pianeta, e allo stesso tempo soffrendo di più per il nostro stile di vita, di fare enormi investimenti di tempo e risorse per diventare più “sostenibile”, senza fornire poi risorse finanziarie adeguate a farlo è estremamente non etico, non sarà sufficiente a combattere il cambiamento climatico e peggiorerà le attuali ingiustizie ambientali, colpendo tutti noi.



Ringraziamo Pilar e speriamo che le sue risposte vi siano state utile a comprendere la complessità del discorso sulla sostenibilità!