Wet market: come funzionano e perché esistono

Era la vigilia di Capodanno 2019, quando i funzionari sanitari in Cina hanno ammesso di avere un problema. Sempre più persone stavano sviluppando una strana tosse secca con febbre, prima di contrarre la polmonite. Cosa accomunava tutti i malati? Aver frequentato il mercato alimentare di Wuhan. Dei primi quarantuno pazienti sospetti, ventisette erano stati lì. Nonostante non fosse ancora certo che il virus misterioso provenisse da lì, i funzionari cinesi hanno rapidamente chiuso il mercato. Avevano già visto succedere una cosa simile: nel 2002 un nuovo coronavirus, che sarebbe poi stato riconosciuto come la causa della SARS, era emerso proprio da un mercato di questo tipo nel sud della Cina. In poche settimane aveva raggiunto ventinove Paesi e ucciso circa ottocento persone. 18 anni dopo, la storia si è ripetuta: sappiamo con certezza che il Covid-19 è un virus di origine animale, e sappiamo che probabilmente si è diffuso proprio a partire da questo wet market.



Il salto di specie

Alcuni virus, detti zoonotici, si possono trasmettere dagli animali all'uomo. Il virus dell'aviaria ha avuto origine dagli uccelli, quello dell'influenza suina dai maiali. L'HIV/AIDS è nata dagli scimpanzé. Il virus mortale dell'ebola probabilmente ha avuto origine dai pipistrelli. Allo stesso modo, anche il Covid-19 sembra aver avuto origine da un pipistrello ed essere passato poi a un pangolino, prima di infettare un essere umano.


Generalmente, uomini e animali non hanno probabilità molto alte di trasmettersi i virus, a meno che non trovino un modo di incontrarsi tutti insieme in uno stesso luogo. Ed è qui che entra il gioco il mercato di Wuhan: quando animali selvatici provenienti da tutto il mondo si incontrano e vengono uccisi in condizioni igieniche spaventose, si crea la tempesta perfetta.


Non si potrebbe progettare sistema migliore per favorire lo scoppio di una pandemia. Specie animali che, in condizioni naturali, non avrebbero alcuna possibilità di incontrarsi, vengono raggruppate tutti insieme. I fluidi corporei si mescolano tra di loro e, infine, entrano in contatto con l'uomo, che si aggiunge all'equazione fatale.



I wet market

I wet market, come li definisce l'Oxford English Dictionary, sono luoghi "per la vendita di carne, pesce e prodotti freschi".  Letteralmente si chiamano mercati umidi a causa dei pavimenti bagnati dall'acqua e dal sangue degli animali uccisi sul posto, per i clienti che desiderano acquistare carne fresca alle bancarelle .Le gabbie sono impilate l'una sull'altra, gli animali in basso sono spesso inzuppati con ogni tipo di liquido: escrementi animali, pus, sangue...

Ecco che i virus sono liberi di proliferare e passare da una specie all'altra: se un animale infetto entra in contatto con un altro animale e viene poi mangiato da un essere umano, quest'ultimo viene infettato e può passare il virus ad altre persone provocando un focolaio come quello di Wuhan. I wet market esistono in tutto il mondo, ma quelli in Cina sono particolarmente famosi perché offrono una vasta gamma di animali, compresa la fauna selvatica. Questi animali provengono da tutto il mondo e potenzialmente fanno convergere un'alta quantità di virus differenti nel mercato.


Per rendere meglio l'idea, il mercato di Wuhan, prima della sua chiusura, vendeva dozzine di specie selvatiche come salamandre giganti, coccodrilli, procioni e pangolini. Prima dell'inizio dell'epidemia, in Cina era legale vendere ben 54 specie di animali, come pangolini e zibetti, purché allevati nelle fattorie. L'allevamento di tali animali veniva addirittura promosso dal governo, come modo semplice per arricchire la popolazione povera delle zone rurali.  Dopo lo scoppio della pandemia sono stati chiusi quasi 20.000 allevamenti, e sono state rivelate le dimensioni, finora sconosciute (o quasi), del settore. 


Come sono nati i wet market

Negli anni '70, la Cina stava attraversando una profonda crisi. Una terribile carestia aveva ucciso oltre 36 milioni di persone, e il regime comunista, che controllava tutta la produzione alimentare, non riusciva a dare da mangiare a suoi oltre 900 milioni di abitanti. Nel 1978, sull'orlo del collasso, il regime ha rinunciato al controllo dell'allevamento di animali, permettendo per la prima volta quello privato. Mentre le grandi aziende si sono concentrate sulla produzione di cibi "comuni", come il maiale e il pollame, alcuni piccoli allevatori hanno iniziato a catturare e allevare animali selvatici per il proprio auto sostentamento. Inizialmente se ne occupavano principalmente famiglie contadine, che allevavano per esempio tartarughe da cortile. Ma in poco tempo svariati allevamenti di questo tipo hanno iniziato a decollare. Il governo, vedendo che queste attività contribuivano al sostentamento di molte famiglie, ha iniziato a incoraggiarle.


Nel 1988, il governo ha emanato la Legge sulla Protezione della Fauna Selvatica che considerava tutti gli animali di questo tipo come "risorse possedute dallo Stato" e proteggeva le persone coinvolte "nell'utilizzo delle risorse della fauna selvatica", incoraggiandone ancora di più l'allevamento. I contadini potevano quindi continuare a crescere questi animali, che lo Stato poi prelevava e vendeva autonomamente. Nacque così una vera e propria industria. Le piccole fattorie locali divennero allevamenti di dimensioni industriali, e iniziarono ad allevare contemporaneamente specie animali diverse.

Parallelamente a quella incoraggiata dal governo, iniziò anche a diffondersi l'industria illegale della fauna selvatica. Animali in via di estinzione come tigri, rinoceronti, e pangolini, iniziarono ad essere smerciati nei wet market di tutta Cina.


Questo finché, nel 2003, non accadde l'inevitabile: da uno di questi mercati, probabilmente da un allevamento di zibetti, iniziò a diffondersi la SARS. I funzionari cinesi chiusero rapidamente tutti i mercati e vietarono l'allevamento di animali selvatici. Ma pochi mesi dopo lo scoppio dell'epidemia, il Governo cinese rese nuovamente legali 54 specie di animali selvatici, compresi gli zibetti. Nel 2004, l'industria della fauna selvatica aveva un valore stimato di ¥100 miliardi: non era tantissimo, rispetto al gigantesco PIL della Cina, ma quest'industria aveva un'enorme capacità di lobbismo, ossia di influenza sul governo. Nel 2018, l'industria della fauna selvatica aveva raggiunto un valore di ¥148 miliardi, e riusciva a commerciare anche le specie animali che il governo aveva reso illegali, come le tigri e i pangolini. Questi animali selvatici vengono ancora oggi pubblicizzati come prodotti con proprietà rassodanti, afrodisiache e addirittura immunitarie, e acquistate dalla minoranza più ricca e potente della popolazione.


Negli ultimi anni il governo cinese ha continuato a fomentare l'idea che "l'addomesticamento della fauna selvatica" fosse una parte fondamentale dello sviluppo rurale, dell'ecoturismo e della riduzione della povertà. Serie come "Secrets of Getting Rich", in onda dal 2001 sulla TV di Stato, incitavano l'allevamento di ratti, serpenti, rospi, istrici e scoiattoli.


Ma, come vi abbiamo anticipato, le dimensioni dell'industria agricola della fauna selvatica erano pressoché sconosciute prima dell'epidemia di coronavirus, poiché le licenze erano regolate principalmente dagli uffici forestali provinciali e locali, che non divulgano informazioni complete sulle operazioni di allevamento sotto la loro sorveglianza. Un rapporto dell'agenzia di stampa statale Xinhua del 17 febbraio ha rivelato che dal 2005 al 2013 l'amministrazione forestale ha rilasciato solo 3.725 licenze di allevamento a livello nazionale. 


Oggi i wet market sono popolari perché i prodotti venduti sono considerati meno costosi e più freschi rispetto a molti supermercati. Inoltre la refrigerazione domestica si è diffusa in Cina solo negli ultimi anni: molte persone nelle aree rurali più a basso reddito non dispongono ancora di sistemi adeguati per la conservazione del cibo. Risulta quindi più facile a gran parte della popolazione acquistare carne fresca che possa essere preparata immediatamente.


Anche per gli allevatori è più comodo vendere qui le proprie carni: mentre maiali, agnelli e mucche devono essere macellati in luoghi appositi, la carne venduta nei wet market non viene trattata o confezionata prima di essere venduta.



Perchè non è facile chiudere i wet market

Poco dopo lo scoppio dell'epidemia di coronavirus, il Governo cinese ha chiuso migliaia di wet market e allevamenti di fauna selvatica, dichiarando momentaneamente illegale il commercio di questi animali. Ma quanto durerà questo divieto? Una pandemia di questo tipo sarà sufficiente per trasmettere al governo cinese l'importanza di rispettare certe norme igieniche anche nelle zone più arretrate e isolate della Cina?


Risulta difficile, se non impossibile, che tutti i wet market cinesi vengano chiusi per sempre. Ne esistono infatti tre categorie: quelli in cui sono venduti animali selvatici, vivi o morti; quelli in cui sono venduti animali vivi più comuni, come pollame e/o frutti di mare e quelli in cui non sono presenti animali vivi.


Chiedere che vengano vietati tutti i wet market basandosi su quello di Wuhan, in cui erano venduti animali selvatici vivi, sarebbe poco sensato, se non controproducente. La chiusura permanente o l'abolizione di tali mercati avrebbe infatti  un impatto immenso sulla vita e sul benessere della popolazione cinese: inciderebbe sui modelli di consumo alimentare in modo potenzialmente dannoso per la salute pubblica, privando i consumatori cinesi di un settore che rappresenta tra il 30 e il 50% delle forniture alimentari.


Inoltre, a causa dell'elevato numero di agricoltori, commercianti e consumatori coinvolti, probabilmente l'abolizione dei wet market condurrebbe a un'esplosione del mercato nero, come è successo nel 2003 quando chiusero i mercati per la SARS e nel 2013-14 quando li chiusero in risposta all'influenza aviaria H7N9. Ciò potrebbe comportare un rischio persino maggiore per la salute globale rispetto ai mercati legali e regolamentati di animali vivi esistenti in Cina oggi.


Vista l'impossibilità di eliminare i wet market, sarebbe necessario applicare norme di igiene più rigide e una regolamentazione altrettanto stretta sul commercio degli animali selvatici e degli animali vivi. 


La rimozione della fauna selvatica viva dai wet market non porrà fine al consumo di animali selvatici, né rimuoverà la possibilità di un'altra pandemia: anche gli allevamenti comuni sono terreni fertili per i virus (lo abbiamo visto con l'influenza suina, che ha avuto origine in un allevamento in Messico) ma senza i wet market i virus avrebberp molte meno possibilità di fare il salto di specie.


Nel frattempo, il 3 febbraio il presidente cinese Xi Jinping ha affermato che è necessario rafforzare la vigilanza dei mercati e reprimere gli scambi illegali, controllando i principali rischi per la salute pubblica direttamente dalla fonte. 


Ecco un video interessante per approfondire quello che vi abbiamo raccontato qui:



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